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A settembre andavo più forte

C’è una frase che prima o poi esce dalla bocca di ogni runner. Non importa l’età, il livello, il numero di gare finite o abbandonate con dignità variabile. Prima o poi arriva quel momento in cui stai correndo, magari neanche male, e all’improvviso ti senti dire: “Eh però a settembre andavo più forte.”

A volte settembre diventa ottobre. Altre volte maggio, novembre, la primavera dell’anno scorso, il periodo prima dell’infortunio o quelle tre settimane miracolose in cui dormivi bene, mangiavi decentemente e non avevi ancora deciso di iscriverti a una gara per rovinare tutto. Il concetto però resta sempre lo stesso: nella nostra testa esiste una versione di noi che correva meglio di adesso.

La cosa curiosa è che questa versione non vive quasi mai in un passato remoto. Non stiamo parlando di quando avevamo vent’anni, di quando giocavamo a calcetto senza riscaldarci o di quando facevamo i mille metri a scuola con una naturalezza che oggi ci sembra fantascienza. No. Parliamo di tre, quattro, sei mesi fa. Una distanza perfetta: abbastanza lontana per idealizzare tutto, abbastanza vicina per convincerci che, in fondo, potremmo tornarci.

Ogni runner ha il suo periodo mitologico. Quello che viene citato durante il riscaldamento prima di una gara, quando qualcuno chiede con leggerezza: “Come stai andando?” E lì si apre il repertorio. “Mah, adesso così così. Però a settembre giravo bene.” “A ottobre avevo una gamba incredibile.” “Prima di Natale avevo trovato una forma che poi non ho più ritrovato.” Detta così, sembra che ognuno di noi abbia attraversato una piccola età dell’oro personale. Un’epoca luminosa, breve e irripetibile, terminata purtroppo per cause ancora da chiarire. Forse il lavoro. Forse il meteo. Forse quella settimana di raffreddore. Forse il fatto che, banalmente, non eravamo poi così forti nemmeno allora. Ma questo è un dettaglio che preferiamo non approfondire.

Il bello è che spesso tutta questa leggenda nasce da pochissimi episodi. Una gara corsa bene. Un lungo venuto meglio del previsto. Tre allenamenti consecutivi in cui le gambe hanno collaborato senza presentare reclami formali. A volte basta addirittura una sola uscita. Quel file resta lì, salvato su Garmin Connect o Strava, come una reliquia. Ogni tanto lo riapriamo. Guardiamo i parziali, il battito, la cadenza, il passo medio. Poi scuotiamo la testa con aria grave: “Mamma mia come andavo.”

Naturalmente il cervello fa il suo lavoro, cioè ci inganna con una certa eleganza. Ci mostra il risultato finale e cancella tutto il contesto. Dimentichiamo che quel giorno c’erano dodici gradi e non trentuno, che avevamo dormito nove ore, che arrivavamo da due giorni di scarico, che il percorso era favorevole, che magari avevamo il vento dietro, l’umore giusto e nessuna riunione inutile accumulata nelle gambe. Ci ricordiamo il passo medio, ma non ricordiamo tutto quello che c’era intorno.

La memoria del runner è molto selettiva. Conserva le giornate migliori e lascia sbiadire quelle normali. Nessuno torna a guardare con nostalgia l’allenamento mediocre del martedì sera. Nessuno salva nei preferiti quella corsa in cui dopo due chilometri sembrava già una cattiva idea. Quelle spariscono. Restano solo i giorni buoni. E più passa il tempo, più diventano buoni.

Però forse il punto non è nemmeno la prestazione. Quando diciamo “a settembre andavo più forte”, in realtà non stiamo parlando soltanto di corsa. Non stiamo rimpiangendo un ritmo al chilometro o una frequenza cardiaca più bassa. Stiamo rimpiangendo una sensazione. Quella leggerezza che ogni tanto compare senza avvisare. Il periodo in cui uscire ad allenarsi sembrava facile. In cui le gambe rispondevano, la testa non protestava e ogni gara sembrava promettere qualcosa di interessante. Non è nostalgia del numero. È nostalgia di come ci sentivamo dentro quel numero.

Il problema è che, mentre guardiamo continuamente indietro, rischiamo di non accorgerci di quello che stiamo facendo adesso. Perché la forma fisica non è mai una linea retta. Sale, scende, ritorna, si nasconde, fa finta di sparire e poi magari ricompare quando avevamo smesso di cercarla. Ci sono periodi in cui tutto gira bene e altri in cui ogni uscita sembra richiedere una trattativa sindacale con le gambe. Fa parte del gioco. Eppure, appena attraversiamo una fase meno brillante, ci convinciamo che il nostro momento migliore sia ormai alle spalle.

La cosa buffa è che quasi certamente non è vero. Il runner che oggi rimpiange settembre, probabilmente a settembre rimpiangeva maggio. E a maggio stava pensando all’autunno precedente. E l’autunno precedente, con ogni probabilità, diceva che prima dell’estate andava meglio. È una catena infinita. Siamo sempre convinti che la nostra versione migliore sia appena passata. Quasi mai che possa essere davanti a noi.

Forse succede perché correre ci abitua a misurare tutto. Chilometri, tempi, battiti, dislivello, classifiche, personal best, segmenti, medie settimanali. E quando misuri tutto diventa facile pensare che il valore di un periodo dipenda solo dai numeri. Ma alcune delle corse che ricordiamo di più non sono quelle più veloci. Sono quelle dopo un infortunio. Quelle in cui abbiamo ripreso senza sapere se saremmo riusciti a finire. Quelle fatte in un periodo complicato, quando uscire di casa era già abbastanza. Quelle in cui non abbiamo fatto niente di speciale, ma siamo tornati con la sensazione di aver rimesso qualcosa al suo posto.

Alla fine, forse, “a settembre andavo più forte” è solo il modo in cui i runner raccontano il passare del tempo. Non è davvero una frase sulla prestazione. È una frase sulla memoria. Sul fatto che tendiamo sempre a vedere il passato con un filtro un po’ più gentile di quanto meriterebbe.

E forse va bene così. Perché tra qualche mese apriremo un allenamento corso in questi giorni. Guarderemo i numeri sul telefono, faremo due conti, sospireremo con la solennità di chi ha appena consultato un documento storico. Poi diremo: “Che periodo. A giugno andavo più forte.”

Anche se, molto probabilmente, mentre lo diremo staremo già costruendo il prossimo ricordo da rimpiangere.

copertina generata con IA