Sono partito da un ginocchio.

Non ricordo esattamente quando ho iniziato a farlo. So solo che, a un certo punto, è diventata un’abitudine. Durante i lunghi, quando il traffico lo permette e posso attraversare in sicurezza, ogni tanto cambio lato della strada.

No, non è una forma di ribellione al Codice della strada e nemmeno un modo per rendere più interessante un allenamento da venti chilometri. Lo faccio perché, dopo tanti chilometri, mi capita di sentire un ginocchio un po’ più stanco dell’altro. Non un dolore vero, quello che ti fa fermare e pensare che qualcosa non va. Piuttosto quella sensazione sottile che conosce bene chi corre: tutto funziona, ma da una parte senti che il corpo sta lavorando un po’ di più.

Così cambio lato.

E spesso, non sempre ma abbastanza spesso da farmelo notare, quella sensazione cambia. A volte diminuisce, altre volte semplicemente si sposta. È come se il corpo dicesse: “Grazie, adesso fammi lavorare in un altro modo.”

Per anni ho pensato fosse una mia impressione. Una di quelle convinzioni che ogni runner si costruisce con l’esperienza. Del resto noi podisti siamo bravissimi a creare piccoli rituali: c’è chi allaccia sempre prima la scarpa sinistra, chi giura che il cappellino faccia andare più forte e chi è convinto che il Garmin lo prenda in giro solo nei giorni delle ripetute.

Poi, però, la curiosità ha preso il sopravvento.

Mi sono chiesto se dietro quella sensazione ci fosse davvero qualcosa oppure se fosse semplicemente un effetto placebo.

E, come spesso succede, la risposta non era nel ginocchio.

Era nella strada.

Perché la strada, quella che percorriamo quasi ogni giorno e che consideriamo la cosa più normale del mondo, in realtà piatta non lo è affatto.

Provate a guardarla con attenzione la prossima volta che uscite. Non serve un livello laser o una squadra da geometra. Basta osservarla. La parte centrale della carreggiata è leggermente più alta, mentre i lati scendono verso il ciglio. È una scelta progettuale normalissima, fatta per permettere all’acqua piovana di defluire senza trasformare ogni acquazzone in una piscina olimpionica.

La normativa prevede una pendenza trasversale minima di circa il 2,5%. Tradotto nella vita reale significa poco più di un grado.

Praticamente niente.

O almeno così sembra.

Per un’automobile quella differenza è irrilevante. Per un runner che ripete diecimila passi durante un allenamento, forse un po’ meno.

Ed è qui che la faccenda diventa interessante.

Quando corriamo sul ciglio della strada, una gamba si trova inevitabilmente qualche centimetro più in alto dell’altra. Noi non ce ne accorgiamo. Il cervello sì.

E il cervello odia perdere l’equilibrio.

Così, senza chiedere il nostro permesso, inizia a fare quello che gli riesce meglio: compensare.

Il piede appoggia in modo leggermente diverso. La caviglia ruota quel tanto che basta. Il ginocchio cambia di qualche grado la propria flessione. L’anca segue il movimento, il bacino si assesta e perfino il tronco si inclina impercettibilmente.

Tutto questo senza che noi ci pensiamo minimamente.

È una cosa che trovo affascinante. Passiamo ore a discutere se sia meglio un drop da 4 o da 8 millimetri, se atterrare di tallone sia il male assoluto o se il carbonio ci farà correre come Kipchoge. Poi il nostro corpo modifica automaticamente il gesto tecnico migliaia di volte semplicemente perché la strada è inclinata di un grado.

La natura ha decisamente più fantasia di noi.

C’è però un altro dettaglio che spesso viene raccontato male. Si sente dire che “correre sul ciglio destro carica di più la gamba destra”. In realtà non funziona così.

Non conta il lato della strada.

Conta quale gamba si trova sul lato alto della pendenza e quale su quello basso.

Se fate lo stesso percorso al contrario, senza cambiare ciglio, tutto si ribalta. La gamba che prima lavorava “a monte” diventa quella “a valle” e viceversa.

Insomma, la strada non ce l’ha con il ginocchio destro o con quello sinistro. È molto più democratica.

Chiede semplicemente al corpo di adattarsi.

E il corpo, puntualmente, lo fa.

A questo punto mi sono chiesto se qualcuno avesse studiato seriamente questa faccenda oppure se fosse soltanto una curiosità da runner.

La risposta è sì.

Esistono diversi studi che hanno analizzato la corsa su superfici inclinate lateralmente. Quello che hanno osservato è esattamente ciò che ci si aspetterebbe: cambiano gli angoli di lavoro di caviglia, ginocchio e anca; il piede distribuisce diversamente le pressioni tra retropiede, avampiede e alluce; alcuni muscoli, soprattutto quelli che stabilizzano la caviglia e il polpaccio, lavorano in modo leggermente diverso.

La cosa che mi ha colpito di più, però, è un’altra.

Nonostante tutti questi aggiustamenti, il consumo di ossigeno praticamente non cambia.

Tradotto: il corpo si adatta senza sprecare energia.

È un piccolo capolavoro di ingegneria biologica.

Naturalmente questo non significa che correre sempre sullo stesso lato della strada provochi automaticamente un infortunio.

Anzi.

Qui bisogna stare attenti a non trasformare un’ipotesi ragionevole in una certezza assoluta.

Gli studi sono ancora pochi, spesso condotti su tapis roulant inclinati lateralmente e per tempi relativamente brevi. Dire che la bombatura della strada faccia venire il mal di ginocchio sarebbe scorretto.

Però c’è un ragionamento che continuo a trovare logico.

Se il corpo modifica il proprio assetto a ogni passo, e quei passi diventano decine di migliaia settimana dopo settimana, è difficile pensare che tutto sia completamente neutro.

Forse quella sensazione che avverto dopo tanti chilometri non nasce dal nulla.

Forse è semplicemente il risultato di una piccola asimmetria ripetuta all’infinito.

Non è una prova scientifica.

È un’ipotesi.

E c’è una bella differenza.

Per questo continuerò a cambiare lato della strada quando potrò farlo in sicurezza. Non perché pensi di evitare gli infortuni. Non perché abbia letto la formula magica in qualche studio. Semplicemente perché mi sembra un modo intelligente per non chiedere sempre le stesse identiche compensazioni al mio corpo.

Del resto, una delle cose che impariamo correndo è che il nostro organismo ama la varietà. Cambiamo ritmo, cambiamo scarpe, cambiamo percorsi, cambiamo terreno. Perché non cambiare, ogni tanto, anche il lato della strada?

La prossima volta che uscite a correre provate a fare un esperimento. Non guardate il passo al chilometro. Non controllate la frequenza cardiaca. Guardate l’asfalto.

Vi accorgerete che quella strada che avete sempre definito “piatta” piatta non è mai stata.

E mentre voi continuerete a correre pensando alla tabella, al lavoro o alla brioche che vi aspetta al ritorno, il vostro corpo starà facendo migliaia di piccole correzioni per adattarsi a quella leggera inclinazione.

Come sempre, lui lavora in silenzio.

Noi, di solito, ce ne accorgiamo solo quando un ginocchio decide di ricordarcelo.

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